La fotografia emozionale

La fotografia è astrazione, approssimazione della realtà. Nella sua funzione più stretta, possiamo definirla come rappresentazione di un modello della realtà. Difatti una foto è l’istantanea di “ciò che è raffigurabile” di un momento di vita, che sia esso spontaneo o costruito.
La foto in primo piano di una persona spaventata non ci dice il motivo per cui essa è spaventata, ma può lasciare spazio a chi guarda di fantasticare e cercare così di ricostruire, con la fantasia, quella parte di realtà che manca. Quanti più elementi sono aggiunti alla foto, tanto più ricco è il modello, e tanto meno spazio è lasciato a chi guarda.
Allora la ricchezza di una fotografia sta in tutto ciò che non racconta e che spinge l’osservatore a cercare, nella sua fantasia, nella sua mente.
Meglio, nel suo cuore.
E’ qui che nasce quella che chiamo la “fotografia emozionale”, un’immagine che attira l’interesse della parte più profonda dell’osservatore, l’immagine che smuove dentro un’emozione.
Non c’è tecnica che tenga di fronte all’insorgere di un’emozione.
La foto di un volto suscita emozione se da quell’immagine traspare l’animo del soggetto fotografato e del fotografo stesso, la motivazione profonda che spinge il soggetto ad assumere una determinata posa, ed il fotografo a carpire proprio quell’istante, a scegliere quella luce…

Fotografare (dal greco phôs, photós = luce e gráphein = scrivere) significa disegnare con la luce; quindi la luce assume un ruolo fondamentale per raccontare uno stato d’animo. Ottenere la padronanza della luce, di ogni sfumatura, in una fotografia, significa poter esprimere con maggiore ricchezza la propria emozione.
Se la fotografia riesce a provocare, in chi guarda, un senso di “appartenenza” a ciò che vi è rappresentato, se permette di entrare nel suo paesaggio, o negli occhi di un volto, se permette l’intima connessione tra soggetto, fotografo ed osservatore, allora è una fotografia emozionale.

rosa novembre 2012 - _D2C0103